C’è una persona che sta ferma in un punto, un punto rotondo, che si apre a tutto il possibile, che guarda tutto quanto attorno.
Attorno ci sono sparsi ricordi, ci sono sparsi assaggi di persone, pezzetti di legno e spago a legare la memoria.
Ci sono parole distese a terra, lettere grandi come tronchi, arbusti di vocali a formare cespugli.
Attorno c’è tutto lo spazio lasciato indietro, quel che ha percorso.
Se ruota i piedi e guarda avanti c’è una cosa che osserva: la linea pungente dell’orizzonte.
Benché si sforzi, non riesce a vederne la fine.
E allora si volta, a riguardare i cocci, a riguardare gli assaggi a terra, immobile, a cercare di nuovo di scolpirsi l’anima con quelle lettere enormi, con quei pezzi di legno che sono ricordi ruvidi, bagnati, secchi, levigati.
Con la coda dell’occhio cerca il finale orizzontale del mondo, davanti a sé.
Rimane fermo e non fa un passo, né avanti né indietro.
Abbraccia il limite del posto in cui si trova.
Imperfetto, rimane in bilico tra tutti i posti e nessun posto.
Addosso porta madida malinconia, semplice, profonda. A suo modo: bellissima.
E capisce che si sta muovendo.